Geopolitica

La Polonia chiede le dimissioni dell’ambasciatore israeliano

Negli ultimi giorni il mondo ha vissuto l’ansia per il rischio di un imminente conflitto nucleare dopo l’attacco sferrato da Israele sulla città di Damasco colpendo l’Iran attraverso la morte di militari di spicco, le forze di resistenza irachene, yemenite e gli Hezbollah hanno rilasciato comunicati stampa facendoci comprendere di essere ad un passo dal conflitto tanto temuto. Dopo il 7 ottobre e l’ ordinanza della Corte Internazionale di giustizia Israele ha iniziato a perdere pezzi lungo la strada, gli omicidi di massa, le deportazioni e soprattutto gli omicidi contro gli operatori delle Nazioni Unite, dei giornalisti, dei medici e degli infermieri hanno portato la narrazione israeliana in merito ai danni collaterali nella guerra sulla Striscia di Gaza ad essere fallimentari, la violenza verbale dei rappresentanti israeliani in questi mesi non convincono oramai più nessuno.

Dopo la morte di un operatore di origine polacca intento a distribuire cibo sulla Striscia di Gaza il governo polacco si dice scioccato ed attacca Israele, dichiarando che non si tratta di un errore visti i pregressi di questi quasi sette mesi di massacri indiscriminati, dopo gli attacchi da parte della diplomazia l’ambasciatore israeliano rilancia una dichiarazione attraverso il social X:

“Gli antisemiti rimarranno sempre antisemiti, e Israele rimarrà uno stato ebraico democratico che lotta per il suo diritto di esistere. Anche per il bene dell’intero mondo occidentale”.

A questo post il presidente Andrzej Sebastian Duda risponde con toni molto chiari e diretti:

“Il problema più grande per lo Stato di Israele nei rapporti con la Polonia è proprio il suo ambasciatore. Sfortunatamente, il loro ambasciatore in Polonia non è in grado di mantenere tale delicatezza e sensibilità, il che è inaccettabile”.

Il primo ministro Donald Tusk, pur essendo un oppositore politico di Duda, ha espresso una posizione simile, giovedì ha infatti dichiarato che il commento ha offeso i polacchi e che l’ambasciatore dovrebbe scusarsi. L’ennesimo omicidio mirato che ha portato la morte dei 7 operatori del World Central Kitchen hanno destabilizzato nuovamente la diplomazia estera, considerando che ognuno di loro proveniva da nazioni differenti.

La faccia tosta di Israele ha oramai raggiunto l’apice della sbruffonaggine, dichiarando in queste ore che i militari impegnati nel comando dei drone che hanno colpito l’automobile degli operatori umanitari recentemente uccisi, sarebbero stati sospesi e rimproverati, mentre due pare siano stati licenziati per non avere rispettato le regole d’ingaggio. Tuttavia, queste scuse hanno fatto ben poco per alleviare la crescente preoccupazione all’estero. L’opinione pubblica di paesi tradizionalmente amici come Gran Bretagna, Germania e Australia si è rivoltata contro la campagna israeliana a Gaza, lanciata in risposta all’incursione di Hamas in Israele il 7 ottobre.

Dall’ inizio dell’offensiva israeliana l’unico elemento chiaro di questo genocidio è sicuramente che Benjamin Netanyahu le regole di ingaggio se l’è scritte ed approvate lui stesso, il diritto internazionale è stato violato talmente tante volte che anche gli stati a supporto del governo sionista iniziano ad indietreggiare, il contrammiraglio Daniel Hagari cerca di mettere una toppa imbarazzante sull’accaduto dichiarando:

“È un evento serio di cui siamo responsabili e non sarebbe dovuto accadere e faremo in modo che non accada di nuovo”.

Le vittime erano tre cittadini britannici, un cittadino polacco, un australiano, un canadese americano con doppia cittadinanza e un palestinese, tutti che lavoravano per World Central Kitchen, l’organizzazione benefica internazionale fondata dal famoso chef Jose Andres. Israele ha inoltre incolpato gli agenti per non aver letto i messaggi che avvisavano le truppe che le auto e non i camion degli aiuti, avrebbero portato i lavoratori dell’ente di beneficenza lontano dal magazzino in cui erano stati distribuiti gli aiuti. Per chiunque segua il comportamento di Israele è evidente che siamo di fronte all’ennesima opera teatrale, convinti che il mondo continui a pendere da quelle versioni falsate e infangate da inchieste interne gestite proprio da chi è colpevole di genocidio, siamo oramai nell’oblio dell’assurdo.


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Antonietta Chiodo

Antonietta Chiodo Attualmente ha concluso la sua collaborazione con News Academy Italia. Antonietta Chiodo si occupa di diritti umani da sempre, nasce a Roma ma si diploma alla scuola del cinema di Milano, nel 2006 il progetto grafico da lei realizzato per denunciare la violazione dei diritti umani in Africa, creato in collaborazione con il Gruppo Abele e la Cooperazione Internazionale viene applaudito a Bruxelles. Nel 2012 passa un breve periodo nelle favelas brasiliane per documentare la vita dei bambini di Salvador de Bahia. Impegnata costantemente accanto al popolo palestinese passa un periodo della sua vita nei territori occupati nella Cisgiordania, documentando la difficoltosa vita della popolazione di Jenin, ricevendo così il premio da Amnesty International “ Giornalismo per i Diritti Umani”. Nel 2016 si impegna sulle coste calabresi per denunciare la sparizione dei minori non accompagnati. Nel 2017 conduce un importante progetto con un gruppo di minori ed insegnanti di un villaggio alle porte di Hebron. Oggi ancora lavora come fotoreporter e reporter per denunciare la costante violazione dei diritti umani, è curatrice della mostra fotografica itinerante Hurry Up in favore della liberazione di Julian Assange.

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