Geopolitica

I bambini palestinesi nelle carceri israeliane tra tentati suicidi e scioperi della fame

Dal 7 ottobre l’esercito israeliano ha commesso efferati crimini di guerra contro il popolo palestinese e spesso in presenza di bambini che hanno visto giustiziata la propria famiglia, numerose organizzazioni palestinesi stanno raccogliendo in queste settimane infinite testimonianze, parte delle quali depositate nei fascicoli del Sud Africa presso la Corte Internazionale di Giustizia. L’organizzazione per i diritti umani di Euro-Med Human Rights Monitor conferma che dopo l’ ordinanza del tribunale dell’Aja, Israele non ha modificato minimamente la propria aggressione nei confronti dei civili di Gaza e della Cisgiordania occupata. Ad oggi nelle carceri israeliane sono detenuti circa 400 bambini ed ogni anno vengono arrestati dai 500 ai 700 minori per detenzione amministrativa, non esiste un tribunale civile ma solo un tribunale militare per giudicare il popolo palestinese.

Una cosa è certa, oggi più che mai a pagare il prezzo più alto della guerra sono e saranno sempre i bambini innocenti, sulla Striscia di Gaza all’alba del 2 febbraio 2024 sono oltre 11,000 i fanciulli martirizzati e più di mille quelli mutilati, non si ha ancora un resoconto parziale invece dei minori rapiti nell’ enclave, mentre in Cisgiordania continuano a subire vessazioni, arresti illegali, violenze ed abusi all’interno delle prigioni israeliane.

Un gruppo di avvocati con sede in Ramallah attraverso un rapporto dettagliato stilato dal 2017 ad oggi hanno appurato che Israele utilizza il regime di isolamento come mezzo punitivo nei confronti dei bambini, per il diritto internazionale e nella “Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo” l’isolamento è un atto severamente vietato da attuare nei confronti dei minori, mentre i militari israeliani lo utilizzano soprattutto come espediente non solo di tortura ma anche come metodologia per gli interrogatori, come nel caso di Rami ( useremo sempre nomi di fantasia per tutelare le fonti) rilasciato a novembre 2023 che ha subito il regime di isolamento per ben 30 giorni.
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Il ragazzino ha trascorso più di un anno in prigione senza un reale capo d’accusa, Rami venne rilasciato attraverso l’accordo di scambio avvenuto tra Hamas ed Israele, subito dopo il suo arresto la famiglia non ricevette alcuna informazione in merito al luogo di destinazione.

Racconta il giovane all’epoca sedicenne che durante l’arresto venne bendato e legato, condotto poi all’interno del mezzo dove durante il trasferimento in prigione venne duramente picchiato, fu poi condotto al centro di detenzione di Al-Ramaleh per essere chiuso in una cella d’isolamento per trenta giorni, una stanza senza finestre e con la luce accesa giorno e notte.
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La testimonianza di Rami rilasciata al DCPI :

“Le pareti erano ruvide a causa di protuberanze sporgenti. Il pavimento aveva un’apertura che fungeva da gabinetto e non mi rendevo conto dell’ora. L’illuminazione è fastidiosa per la vista e all’interno c’è un materasso sporco e una coperta sporca e con un cattivo odore. Il 29° giorno della mia permanenza in isolamento, ho tentato di impiccarmi utilizzando una parte della coperta. Ma una guardia è intervenuta in tempo, impedendomi di andare fino in fondo.”

Per Rami questi sono accadimenti che resteranno indelebili nella memoria, continua e racconta ciò che accadde dopo l’isolamento e il conseguente trasferimento presso il carcere di Megiddo:

“ Il 7 ottobre 2023, membri dell’unità di repressione, parte del servizio carcerario israeliano, sono entrati nella nostra stanza, ci hanno ordinato di sederci con le mani sulla testa e ci hanno fotografato. Il giorno successivo hanno confiscato tutti gli elettrodomestici.

L’unità di repressione israeliana ha fatto irruzione nel cortile riservato ai detenuti minorenni, ha lanciato con forza granate stordenti e poi ci ha aggredito fisicamente con i manganelli. Successivamente, i membri dell’unità di repressione hanno spruzzato gas sui nostri volti. In quel momento ho perso la concentrazione e io e molti altri bambini abbiamo perso conoscenza”.

Rami racconta che in una cella in cui alloggiavano otto bambini veniva consegnato un solo pasto al giorno pari ad un piatto di riso, insufficiente anche per una singola persona. I bambini decisero così di iniziare uno sciopero della fame. Alcuni giorni dopo incontrarono il direttore del carcere che promise loro di migliorare le condizioni dei detenuti, purtroppo le parole furono illusorie, infatti venne aggiunta solo una pagnotta accanto al consueto piatto di riso. Dopo le loro proteste le guardie carcerarie divennero più violente e passarono ad azioni fisiche punitive costanti, un pomeriggio dopo avere picchiato un gruppo di bambini nel cortile, obbligarono gli stessi a passeggiare portando in alto la bandiera di Israele. Rami continua raccontando che dovettero camminare piegati mentre si dirigevano verso la propria cella venendo duramente picchiati dai militari, il ragazzo racconta che appena chiusero la porta lui si accasciò sul pavimento e sputò sangue per parecchi minuti. Il ragazzo racconta che dopo l’isolamento venne trasferito nel carcere di Megiddo, dove le condizioni dei minori dopo il 7 ottobre subirono una metamorfosi catastrofica, gli abusi, le violenze, le vessazioni e le aggressioni con l’utilizzo anche di cani sono dopo quattro mesi ancora eseguite costantemente.
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Purtroppo ci troviamo di fronte a violenze assolutamente inaccettabili nei confronti dei bambini, soprattutto all’interno delle carceri dove alla comunità internazionale è chiesto di vegliare sui diritti fondamentali dell’individuo. Così non è, infatti i penitenziari israeliani ed i campi di detenzione ad oggi sono dei veri e propri luoghi silenziosi, dove la dignità della persona viene violentata e cancellata ogni singolo giorno.

Il trasferimento di detenuti palestinesi, compresi i bambini, in carceri e strutture per interrogatori e detenzione all’interno di Israele, anche per brevi periodi, costituisce un trasferimento illegale in violazione dell’articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra e costituisce un crimine di guerra in violazione dell’articolo 8(2) (b)(VIII) dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale.


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Antonietta Chiodo

Antonietta Chiodo Attualmente ha concluso la sua collaborazione con News Academy Italia. Antonietta Chiodo si occupa di diritti umani da sempre, nasce a Roma ma si diploma alla scuola del cinema di Milano, nel 2006 il progetto grafico da lei realizzato per denunciare la violazione dei diritti umani in Africa, creato in collaborazione con il Gruppo Abele e la Cooperazione Internazionale viene applaudito a Bruxelles. Nel 2012 passa un breve periodo nelle favelas brasiliane per documentare la vita dei bambini di Salvador de Bahia. Impegnata costantemente accanto al popolo palestinese passa un periodo della sua vita nei territori occupati nella Cisgiordania, documentando la difficoltosa vita della popolazione di Jenin, ricevendo così il premio da Amnesty International “ Giornalismo per i Diritti Umani”. Nel 2016 si impegna sulle coste calabresi per denunciare la sparizione dei minori non accompagnati. Nel 2017 conduce un importante progetto con un gruppo di minori ed insegnanti di un villaggio alle porte di Hebron. Oggi ancora lavora come fotoreporter e reporter per denunciare la costante violazione dei diritti umani, è curatrice della mostra fotografica itinerante Hurry Up in favore della liberazione di Julian Assange.

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